La richiesta arriva in modi diversi, spesso così abituali da diventare quasi invisibili. “Fammi vedere come lo fai”, “dai, raccontalo anche agli altri”, “fai un sorriso”, “saluta”, “non essere timido”, “come si dice?”. Frasi leggere, quotidiane, pronunciate generalmente con affetto e ingenuità. Eppure, ascoltandole bene, raccontano qualcosa del modo in cui oggi guardiamo l’infanzia.
Sempre più spesso ai bambini non chiediamo soltanto di vivere un’esperienza, ma anche di renderla visibile. Non basta partecipare: serve mostrare entusiasmo, sicurezza, coinvolgimento. Serve restituire all’adulto un’immagine leggibile della propria crescita.
La performance, parola che appartiene al mondo degli adulti, sembra essersi infilata lentamente anche dentro l’infanzia.
Non parlo soltanto di recite o feste scolastiche, che sarebbero da approfondire in un articolo a parte, in quanto pensate molto più per l’adulto che per il bambino. Il meccanismo è molto più ampio e sottile. Riguarda il modo in cui osserviamo i bambini, il bisogno continuo di raccontare ciò che fanno, di dare forma visibile ai loro apprendimenti, di trasformare ogni conquista in qualcosa da esporre. Il bambino che parla bene, che risponde prontamente, che si mostra socievole e partecipe, rassicura. Restituisce agli adulti l’idea che tutto stia andando nella direzione giusta.
E credo che proprio qui si apra una riflessione importante. Perché accompagnare lo sviluppo di un bambino è profondamente diverso dall’aspettarsi una restituzione visibile di quello sviluppo.
Stimolare il linguaggio, ad esempio, non significa necessariamente avere un bambino pronto a parlare davanti agli altri o a raccontare qualcosa nel momento in cui glielo chiediamo. Nutrire l’intelligenza emotiva non coincide con l’avere bambini sempre capaci di spiegare ciò che provano, gestire bene le emozioni o adattarsi facilmente alle situazioni sociali. Sostenere la partecipazione non significa che tutti i bambini desiderino esporsi nello stesso modo.
Eppure a volte queste dimensioni rischiano di sovrapporsi.
Così uno stimolo pensato per accompagnare il bambino può trasformarsi, senza accorgercene, nell’attesa di vedere il risultato di quello stimolo. Come se la competenza acquisita avesse bisogno di essere confermata all’esterno per esistere davvero.
Ma la crescita dei bambini è spesso molto più silenziosa di quanto immaginiamo.
Ci sono bambini che osservano a lungo prima di sentirsi pronti. Bambini che parlano poco nei contesti collettivi e moltissimo negli spazi sicuri. Bambini che vivono intensamente le emozioni senza riuscire ancora a tradurle in parole. Bambini che partecipano anche restando vicini, anche senza stare al centro.
Molte conquiste evolutive non sono immediatamente visibili. E forse è proprio questo che a volte mette in difficoltà noi adulti, abituati a cercare segnali chiari, conferme, prove tangibili del fatto che il bambino stia crescendo “bene”.
Diventa importante fermarsi ogni tanto e domandarci se, nel desiderio di stimolare, rischiamo inconsapevolmente di spostare l’attenzione dal processo alla prestazione.
Perché crescere non sempre ha bisogno di essere mostrato.
A volte un bambino sta costruendo sicurezza proprio mentre osserva in silenzio. Sta sviluppando linguaggio mentre ascolta. Sta imparando a stare in relazione senza necessariamente esporsi. Sta attraversando emozioni profonde senza riuscire ancora a raccontarle.

