Keith Haring: l’arte fuori dalle righe a Palazzo Braschi

 

Probabilmente Keith Haring lo avete già incontrato, anche senza saperlo. Un cuore, una figura che corre: basta un paio di linee e il cervello fa subito “Haring”. È questo il bello del suo lavoro: non serve essere esperti d’arte, non serve conoscere la storia dell’arte contemporanea. Lo riconosci e basta.

Ma dietro quei simboli che oggi ci sembrano quasi pop, perfetti per una maglietta o una grafica, c’è una storia molto meno patinata. C’è la New York degli anni Ottanta, quella delle metropolitane, dei club, dell’hip-hop, della street art, ma anche della droga, dell’AIDS, della violenza e delle grandi battaglie sociali. È lì che Haring decide di non aspettare che le persone entrino in un museo: è l’arte che deve andare a cercarle.

E così prende un gessetto e comincia a disegnare nella metropolitana. Pochi tratti, nessuna cornice, nessuna distanza tra artista e pubblico. Da quelle lavagne improvvisate nasce un linguaggio che ancora oggi sembra avere fretta di muoversi.

È proprio quel linguaggio che ora arriva al Museo di Roma a Palazzo Braschi, con oltre 140 opere e materiali provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, la più importante raccolta al mondo dedicata all’artista.

Per Haring l’arte doveva stare in mezzo alle persone, essere accessibile ed immediata. I suoi Subway Drawings sono forse l’esempio più evidente di questa idea

Cani, bambini radianti, cuori, angeli, televisori, piramidi. Pochi segni che sembrano quasi giocare tra loro, ma che spesso nascondono messaggi molto meno leggeri.

Perché dietro quella semplicità c’è un artista profondamente immerso nel proprio tempo. Haring affronta temi come il razzismo, la guerra, il nucleare, l’AIDS, i diritti e le discriminazioni, scegliendo però di non complicare il linguaggio. Al contrario: lo rende ancora più diretto.

Il percorso espositivo di Palazzo Braschi segue questa evoluzione attraverso diversi nuclei tematici: la strada e la metropolitana, l’impegno politico e sociale, il corpo e l’energia vitale, l’arte come linguaggio per tutti e la dimensione simbolica e spirituale.

E c’è anche un capitolo dedicato al rapporto con l’Italia. Nel corso della sua carriera Haring incontra il nostro Paese, lavora in spazi pubblici e realizza progetti che dialogano con la sua idea di arte urbana e collettiva. Un passaggio importante per capire quanto fosse lontana, per lui, l’idea dell’artista isolato nel proprio studio.

Haring voleva condividere. Con tutti. E forse è proprio per questo che i suoi simboli hanno continuato a vivere ben oltre gli anni Ottanta.

C’è qualcosa di curioso nel ritrovarlo oggi proprio dentro un museo. Haring ha passato la vita a portare l’arte fuori dai musei. A metterla nelle strade, nelle metropolitane, davanti agli occhi di tutti. A Palazzo Braschi siamo noi, questa volta, a entrare per ritrovarla.

Ma quei personaggi sembrano non essersene accorti, continuando a correre, ballare, protestare e saltare fuori dalle tele.

https://www.museodiroma.it/it/mostra-evento/keith-haring