Quando il gioco deve servire a qualcosa

 

Al nido capita spesso di osservare un bambino intento a fare qualcosa che, agli occhi di un adulto, sembra non portare da nessuna parte. Riempie un contenitore, lo svuota, ricomincia. Sposta gli oggetti da un posto all’altro, si ferma a guardare una cosa, poi passa a un’altra. Magari ripete lo stesso gesto per diversi minuti, senza costruire nulla di riconoscibile e senza arrivare a un risultato preciso.

E noi adulti? Spesso sentiamo il bisogno di intervenire. Proponiamo un’attività, aggiungiamo un materiale, facciamo una domanda. Cerchiamo di rendere quel momento più interessante, più stimolante, soprattutto più utile.

Ma utile per chi?

Negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere il valore educativo di moltissime esperienze quotidiane. Sappiamo che i bambini imparano attraverso il corpo, le relazioni, la manipolazione degli oggetti, l’esplorazione dell’ambiente. È una consapevolezza importante, che ha cambiato il modo di guardare all’infanzia. Il rischio, però, è che da questa attenzione nasca una nuova aspettativa: se ogni esperienza può insegnare qualcosa, allora ogni esperienza deve diventare un’occasione per imparare. Così il gioco si riempie di obiettivi, le attività devono stimolare una competenza, i materiali vengono scelti per quello che permettono di sviluppare. Persino un momento apparentemente semplice rischia di essere osservato con una domanda in testa: che cosa sta imparando?

Al nido questa domanda fa parte del nostro lavoro. Osservare i bambini, capire che cosa li interessa, predisporre ambienti e materiali adatti alla loro età sono responsabilità educative importanti. Ma proprio per questo dobbiamo ricordarci che accompagnare un bambino non significa dirigere continuamente quello che fa. A volte il nostro compito è preparare uno spazio e lasciare che siano loro a decidere come abitarlo. È osservare senza interrompere, aspettare prima di suggerire, accettare che un’esperienza prenda una direzione diversa da quella che avevamo immaginato. Anche quando non vediamo un risultato immediato. Il bambino non gioca per dimostrarci di aver imparato qualcosa, gioca perché quella cosa lo interessa, gli piace. E può tornare sullo stesso gesto decine di volte non perché gli manchi uno stimolo migliore, ma perché ha ancora qualcosa da esplorare in quello che sta facendo.

Fuori dal nido, la questione non è poi così diversa. Le giornate dei bambini sono spesso organizzate tra scuola, sport, laboratori, appuntamenti e attività pensate per offrire loro opportunità. Tutte cose che possono essere belle e preziose. Ma in mezzo a tutto questo, quanto spazio resta per fare qualcosa senza che sia stato deciso prima da qualcun altro? Per inventare un gioco, cambiare idea, perdere tempo con un oggetto qualsiasi, seguire una curiosità che non porta da nessuna parte in particolare? Non si tratta di lasciare i bambini a se stessi o di rinunciare al nostro ruolo. Hanno bisogno di adulti presenti, di limiti, di ambienti curati e di occasioni per conoscere il mondo. Hanno bisogno anche di qualcuno che, quando serve, sappia entrare nel gioco e offrire nuove possibilità.

Ma esserci non significa dover intervenire sempre. E offrire opportunità non significa riempire ogni momento.

Forse una parte del nostro lavoro educativo consiste proprio nell’imparare a riconoscere quando è il momento di fare un passo avanti e quando, invece, è meglio fare un passo indietro. Non per disinteresse, ma per fiducia. Fiducia nella capacità dei bambini di esplorare, provare, ripetere e trovare da soli il senso di quello che stanno facendo.

Non tutto deve diventare un’attività. Non tutto deve produrre un risultato. E non ogni momento trascorso giocando ha bisogno di una spiegazione adulta per avere valore.

A volte possiamo semplicemente stare a guardare. E lasciare che il gioco sia gioco.