Tra il desiderio e il tempo

 

Ci sono momenti, nella quotidianità dei bambini, che mettono un po’ alla prova.

Succede quando il bambino si trova a fare i conti con l’attesa. Anche solo pochi minuti. Una risposta che tarda, un turno che non arriva, qualcosa che desidera e che, per qualche motivo, non può essere immediato.

Per loro è difficile. E, a volte, lo è anche per noi che li guardiamo.

Perché quell’attesa si riempie in fretta, di richieste, di nervosismo, di un bisogno che cresce e che sembra non trovare un posto. E la tentazione è quella di intervenire, accorciare, risolvere. Far sì che passi, riportare equilibrio, evitare che quella fatica aumenti.

Eppure, in quei momenti, sta succedendo qualcosa, anche se non è immediatamente visibile.

Aspettare, per un bambino, è un’esperienza che si costruisce nel tempo. Non è solo “avere pazienza”. È stare dentro un tempo che non controlla, con un desiderio molto presente e nessun modo rapido per soddisfarlo.

All’inizio è solo fatica. Una fatica che si esprime come può: nel corpo, nella voce, nel comportamento.

Poi, poco alla volta, qualcosa cambia. Non sempre nello stesso modo, non sempre nello stesso momento. Ma si fa spazio una prima forma di comprensione: che tra ciò che si vuole e ciò che accade può esserci una distanza. E che quella distanza, a volte, va attraversata.

Dentro questo passaggio entra lentamente anche l’altro.

L’attesa non è mai solo un fatto individuale. C’entra sempre qualcuno o qualcosa fuori da noi. Un adulto impegnato, un altro bambino, un tempo che non coincide con il proprio. È lì che si costruisce, senza bisogno di spiegarlo, un primo senso della relazione.

Si impara che il proprio desiderio esiste, ma non è l’unico. Che il tempo non è sempre personale, ma condiviso.

Non è un percorso lineare. Non è sempre armonico.

Ci sono attese che scorrono leggere, quasi senza lasciare traccia. E altre che sembrano non finire mai, che mettono alla prova, che chiedono più contenimento. Ci sono giorni in cui il bambino riesce a stare dentro quel tempo, e altri in cui proprio non ce la fa e va bene così.

Forse non serve riempire ogni vuoto, né trasformare ogni attesa in qualcosa di utile o produttivo. A volte basta restare lì, accanto. Senza togliere subito quella sensazione di frustrazione, senza però lasciarlo solo dentro.

È anche in quei momenti un po’ sospesi, un po’ scomodi, che il bambino inizia a orientarsi. Nel tempo, nei desideri, negli altri.

E, senza accorgercene troppo, cresce anche in questo.