“Il 25 novembre è tutto l’anno” dice Simona Petrozzi, presidente di Terziario Donna della Confcommercio e del Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Roma.
L’ autodeterminazione materiale va di pari passo con quella emotiva: basta subire violenza economica dal partner, che ci invidia per le nostre capacità generative e rigenerative.
Dopo una, due, cento battaglie perse, le donne si rialzano per vincere la guerra, quella contro gli uomini deboli e vigliacchi che – vinti – vorrebbero sopprimerle.
Il 25 aprile è tutto l’anno, sì, e anche quest’anno si è sfidato il freddo per manifestare contro la morte procurata dall’ex partner (una ogni 2 giorni nella civilissima Italia).
Insieme, fiere, contro violenze di ogni genere, contro ritorsioni, molestie e vessazioni a cui milioni di donne – italiane di prima e seconda generazione – vengono sottoposte quotidianamente.
Il 25 novembre all’insegna della bellezza, del colore e della solidarietà di genere. Si esorcizza il male, irridendolo e ridicolizzando chi – in nome di una cultura patriarcale obsoleta e anacronistica – crede nel potere di vita e di morte sulle donne.
Quelle di loro che non riescono a sottrarsi dalla spirale della violenza non sono condannabili. Semplicemente non hanno avuto – nel loro imprinting familiare – esempi e armi interiori per riconoscerla, prima, e allontanarsene, poi.
Quando pensi di non valere, non ti difendi neanche più. Sono messaggi subliminali quelli che una bambina recepisce fin da piccolissima nel suo ambiente.
Quando insulti, commenti svalutanti e aggressività verbale diventano il lessico comune, si finisce di credere che sia meritato, in una parola: familiare.
E quando un fenomeno lo si percepisce come “familiare”, l’equazione automatica è “giusto”. L’amor proprio è neutralizzato.
Ecco crearsi piano piano “l’identità di vittima”. Ma non appena si scopre che “un altro mondo è possibile”, l’orologio biologico comincia a ripartire, recuperando il tempo perduto.
L’istinto di sopravvivenza alla fine prevale e – grazie al sostegno ineludibile dei Centri Antiviolenza (tel. nazionale 1522, h 24) pian piano si rigenera.
Il carnefice che vede legittimato il suo ruolo fin dall’infanzia crescendo in una famiglia disfunzionale, assente e prevaricatrice, ne assorbe i codici comunicativi.
Può uscirne solo analizzando, rifiutando quel modello patologico dissociandosene, capendo che anche lui ha diritto a un’affettività sana, perché quella con cui è stato cresciuto ed emula – suo malgrado – non lo è.
E intanto migliaia di donne sfilano suonando, ballando e sorridendo, alla faccia di chi le vuole sottomesse e passive. Alla violenza si risponde con intelligenza e ironìa, non con altra violenza.
Non solo si riprendono il loro diritto di vivere, ma anche di cantare, giocare insieme e divertirsi, difendendo i propri diritti.
Sotto lo sguardo inespressivo dei celerini di turno, di curiosità dei turisti e di disprezzo degli integralisti impositori del velo alle proprie donne.
Giovanissime, adulte e mature, sole e in gruppo, intere classi con relativi professori, a titolo personale o dietro striscioni politici.
Molti gli uomini, compagni, amici, consapevoli del ruolo pesante che rivestono nell’immaginario femminile per colpa di alcuni.
Ma se sono lì gli uomini è perché hanno scelto di lottare a fianco delle donne. Per capacità creativa, immaginando qualcosa di nuovo.
Per un cambio di passo epocale, dissociandosi dal cliché maschilista e proponendo un nuovo modello di uomo.
Per non spaventare nessuno, ma essere capaci di ascoltare i bisogni femminili, dialetticamente.
Perché la violenza domestica è un problema sociale, non solo delle donne. E allora immaginiamo una nuova realtà.
Immaginiamo di vivere in una società accudente verso le donne, che storicamente hanno un carico doppio in famiglia e poco riconosciuto.
Immaginiamo una società dove si adotta una comunicazione non violenta e si pratica l’esercizio dell’ascolto senza giudizio, lealmente.
Immaginiamo una società che contempli l’educazione sessuo-affettiva a scuola per tutt* come forma di prevenzione e consapevolezza.
Rispetto delle differenze, cooperazione invece di competizione, carità laica come fondamento della filosofia del diritto, aiuto reciproco e cura dell’altr*: anche questa è cultura di pace, anche questa è libertà.







