Quanto siamo disposti a pagare per la libertà di scegliere tutto?

 

C’è qualcosa di curioso nelle formule all you can eat. Non è soltanto la possibilità di mangiare quanto si vuole, né la promessa di uscire dal ristorante con la sensazione di aver fatto un affare. Il vero richiamo potrebbe essere un altro: per una volta, davanti al menu, non siamo costretti a scegliere.

La formula ha conquistato soprattutto la ristorazione asiatica, ma ormai la troviamo anche nei buffet, negli aperitivi e in altre proposte che hanno fatto dell’abbondanza la propria attrattiva.

E il prezzo? Anche quello è cambiato.

Trenta, quaranta o cinquanta euro a persona non sono più una cifra così sorprendente per un all you can eat, soprattutto quando si aggiungono bevande, dessert o altre integrazioni. Eppure la formula continua a essere percepita come conveniente.

Il motivo sta proprio nella parola che la definisce: all you can eat.

Quando paghiamo un prezzo fisso per avere accesso a tutto, non acquistiamo soltanto del cibo. Compriamo la possibilità di provarlo.

Possiamo ordinare qualcosa che normalmente non sceglieremmo, assaggiare, cambiare idea, tornare su un piatto che ci è piaciuto. Il menu smette di essere una lista dalla quale selezionare e diventa quasi un territorio da esplorare.

È un meccanismo semplice, ma molto efficace. La parola “illimitato” ha un peso che va oltre la quantità effettiva che riusciremo a mangiare.

Lo stesso principio è entrato anche in altri momenti della nostra vita da consumatori: il refill gratuito delle bevande in alcuni cinema, i buffet, aperitivi e brunch a prezzo fisso. Non paghiamo soltanto ciò che consumiamo, ma la possibilità di consumarne ancora.

Ed è proprio questa sensazione a rendere più facile accettare un prezzo che, preso da solo, potrebbe sembrare meno conveniente.

Paghiamo la libertà prima ancora di esercitarla.

Poi, però, quella libertà incontra un limite molto concreto: ciò che lasciamo nel piatto.

Molti locali all you can eat applicano un supplemento quando una parte consistente di ciò che è stato ordinato non viene consumata. La motivazione è comprensibile: una formula che permette di ordinare liberamente rischia di incentivare quantità superiori a quelle che si riescono effettivamente a mangiare.

Il principio dell’antispreco è condivisibile. Ma qui nasce una domanda interessante.

Perché quando mangiamo alla carta e lasciamo mezzo piatto, quello spreco rimane semplicemente un fatto tra noi e il ristorante? In quel caso nessuno ci presenta un conto aggiuntivo per ciò che abbiamo deciso di non mangiare.

Eppure anche quel cibo finirà, con ogni probabilità, nello stesso posto: nei rifiuti.

Il confronto con la doggy bag rende la questione ancora più interessante. Un ristorante tradizionale può invitare il cliente a portare a casa ciò che non ha finito, provando così a recuperare il cibo già pagato e preparato. Nell’all you can eat, invece, se lasci troppo, paghi un supplemento.

Due approcci diversi davanti allo stesso problema.

Uno prova a recuperare ciò che è avanzato, l’altro cerca di scoraggiare il comportamento che produce l’avanzo.

Nessuno dei due è necessariamente quello giusto in assoluto. La doggy bag non può risolvere ogni tipo di spreco e il supplemento può effettivamente spingere il cliente a ordinare con maggiore attenzione. Ma è interessante osservare come, a seconda della formula, cambi anche il modo in cui viene distribuita la responsabilità.

Perché lo spreco non nasce necessariamente quando il cliente lascia qualcosa. Può cominciare prima: da una porzione troppo abbondante, da un ordine fatto senza sapere quanto arriverà, da un sistema che rende più facile chiedere che consumare.

Ed è qui che il tema diventa più ampio della singola cena.

Se davvero vogliamo ridurre gli sprechi, anche il ristorante ha un ruolo in questo processo, perché è parte di quella stessa catena di consumo.

Del resto, l’all you can eat non è soltanto una formula commerciale: è un piccolo laboratorio di come siamo cambiati come consumatori.

Ci piace avere scelta, ci piace poter aggiungere, provare e cambiare idea. Ma allo stesso tempo siamo sempre più sensibili al prezzo, allo spreco, alla qualità e alla sostenibilità di ciò che acquistiamo.

Tenere insieme queste esigenze non è semplice.

Forse è proprio questa la parte più interessante dell’all you can eat: una formula nata per promettere abbondanza ci costringe, nel momento in cui qualcosa rimane nel piatto, a confrontarci con il valore di ciò che consumiamo.

E allora il vero conto non è soltanto quello che arriva a fine cena.

È anche quello, molto meno visibile, di ciò che abbiamo ordinato, prodotto, portato a tavola e poi deciso di non mangiare.