Una scelta, ma alle nostre condizioni

 

«Vuoi mettere la maglietta rossa o quella blu?»

Il bambino sceglie quella blu. Peccato che noi avessimo in mente la rossa, che sta meglio con i pantaloni, è più adatta al tempo o semplicemente ci piace di più. Così proviamo a convincerlo, tiriamo fuori una terza opzione, spieghiamo perché sarebbe meglio cambiare idea. La scelta era sua, ma a quanto pare solo fino a un certo punto.

Capita continuamente. E non soltanto con i vestiti. Succede quando chiediamo ai bambini cosa vogliono mangiare, quale libro leggere, con cosa giocare. Siamo convinti di coinvolgerli, di dare loro spazio, ma quando la risposta non coincide con quella che avevamo immaginato cominciamo a trattare.

E allora viene da chiedersi: perché glielo abbiamo domandato, se in realtà speravamo che scegliessero altro?

Certo, non è sempre facile lasciare decidere. A volte abbiamo fretta, altre volte pensiamo di sapere cosa sia meglio. E poi ci sono quelle preferenze che sembrano incomprensibili: lo stesso libro per la quindicesima volta, la maglietta che noi troviamo orribile, il gioco che vorremmo mettere via da almeno mezz’ora. Non dobbiamo per forza capire tutto, né trovare meravigliosa ogni scelta dei nostri figli.

Ma forse possiamo cominciare da una cosa semplice: se offriamo una scelta, proviamo a fare in modo che sia una scelta vera. Se entrambe le magliette vanno bene, lasciamo che decidano loro. Se non siamo disposti ad accettare una delle due risposte, forse è meglio non presentarla come un’opzione.

Il problema, però, è anche l’opposto. A volte trasformiamo in una domanda qualsiasi cosa, come se fosse necessario trovare ogni volta un accordo. «Vuoi andare a lavarti?», «Vuoi spegnere la televisione?», «Vuoi venire a tavola?». Poi arriva il momento di farlo davvero e ci ritroviamo a ripetere la stessa richiesta dieci volte, a contrattare, a perdere la pazienza.

Ma se è ora di uscire, dobbiamo uscire. Se bisogna spegnere la televisione, non è detto che serva aprire una trattativa. Possiamo avvisare, spiegare, lasciare il tempo di finire quello che si sta facendo. Possiamo anche accettare che il bambino protesti. Non ogni suo disappunto richiede che cambiamo idea, così come non ogni nostra decisione deve diventare una discussione.

Al nido succede qualcosa di simile. Ci sono momenti in cui lasciare scegliere è naturale, altri in cui bisogna organizzare la giornata e tenere conto di tutti. Anche a casa, del resto, non possiamo negoziare ogni passaggio: sarebbe estenuante per noi e poco comprensibile per loro.

Forse abbiamo un po’ confuso l’ascolto con il dover chiedere sempre il permesso e l’autonomia con la possibilità di decidere qualsiasi cosa. Ma un bambino può sentirsi ascoltato anche quando la risposta è no. Può arrabbiarsi perché deve interrompere un gioco e trovare comunque un adulto capace di mantenere la propria decisione senza urlare, minacciare o trasformare il momento in una sfida personale. Perché a volte sembra proprio questo che succede: una questione minuscola diventa una lotta per stabilire chi la spunterà. Nessuno vuole cedere, la pazienza si esaurisce e il buonumore se ne va per una maglietta, un gioco o cinque minuti di televisione in più.

Non tutte le opposizioni sono capricci da liquidare, naturalmente. I bambini hanno desideri, gusti e tempi diversi dai nostri, e hanno tutto il diritto di mostrarci quando qualcosa non va loro. Ma anche noi adulti possiamo smettere di vivere ogni disaccordo come una prova da superare. Lasciamo scegliere quando possiamo davvero farlo. Quando invece la decisione spetta a noi, prendiamocela, senza sensi di colpa e senza bisogno di trasformarla in una battaglia.

Non serve vincere ogni discussione con un bambino, a volte basta non cominciarla.