Ogni anno si dice che non si guarderà. Che è troppo lungo, troppo discusso, troppo uguale a sé stesso. E ogni anno, puntualmente, ci si ritrova lì. Non solo per i cantanti, non soltanto per le canzoni, ma per quello che succede intorno.
Il Festival di Sanremo è diventato qualcosa che va oltre la gara. È una scusa, una delle poche poche rimaste capaci di creare un rito collettivo leggero, spontaneo, quasi necessario. Poco importa se l’edizione sarà considerata brillante o deludente, se le polemiche supereranno le esibizioni o se il vincitore convincerà davvero tutti. Quello che resta è il gesto: invitare amici a casa, apparecchiare senza formalità, commentare in tempo reale, ridere, dissentire, improvvisare classifiche parallele.
Negli ultimi anni a questo rito si è aggiunto un elemento che ha cambiato la partecipazione: il Fantasanremo. Non è soltanto un gioco, ma un moltiplicatore di coinvolgimento, un modo per sentirsi parte dello spettacolo. Squadre improvvisate, strategie nate più per scherzo che per competizione, si studiano bonus improbabili, anche chi segue distrattamente finisce dentro la dinamica, trascinato dall’energia del gruppo.
Sanremo smette così di essere un semplice programma televisivo e torna ad essere un evento condiviso nello stesso momento. In un’epoca in cui tutto è disponibile quando si vuole, il Festival conserva la forza della diretta. Non si recupera davvero il giorno dopo: si vive insieme, tra commenti che si accavallano e risate che coprono le esibizioni.
La dinamica ricorda, in modo diverso ma sorprendentemente simile, quella degli anni Sessanta, quando ci si riuniva nella casa dell’unica famiglia con la televisione nel quartiere. Oggi le case sono piene di schermi e di offerte infinite, eppure si sceglie ancora di fermarsi tutti davanti allo stesso evento. Non per mancanza di alternative, ma per desiderio di condivisione.
Forse è proprio questo il punto. Sanremo oggi non è solo un evento televisivo che si consuma in una serata, ma un piccolo ponte tra il qui e il lontano, tra chi è vicino e chi è distante. Non solo si sta insieme a casa, ma si creano gruppi virtuali, chat di amici che, pur separati dai chilometri, restano incollati al televisore, scambiando battute, valutando look, ridendo insieme delle gaffe. È un bisogno profondo, quello di stare insieme in tutte le sue sfumature. Ed è qui la vera ricchezza di Sanremo: al di là della qualità delle canzoni, è la capacità di trasformarsi, ogni anno, nel contenitore delle nostre piccole tradizioni, di un momento condiviso che diventa parte della nostra memoria personale.
Buon Festival.

